Home page

 
 
Seguici su
 
Home
Chi siamo
Costituzione Europea
Costituzione Italiana
Curiosità
Detti letti
Educazione alimentare
Esopo
Euro
Fedro
Formula 1
Frasi celebri
Giochi di carte
Lingue
Matematica
Modi di dire  
Musica
Promessi Sposi
Proverbi
Pulire senza fatica
Sondaggio
Sicurezza in casa
Totò disse e...scrisse
Trucchi per videogames e non...
Link

 

Riassunto capitolo ventottesimo

I Promessi Sposi

 

 

 

Questo è un capitolo in cui il Manzoni abbandona di nuovo i suoi personaggi per tracciare un quadro storico degli avvenimenti successivi alla sedizione di San Martino che ebbe come conseguenza un ribasso del prezzo del pane; un ribasso che risultò fatale in quanto la plebe, affamata, si abbandonò ad uno sfrenato consumo, e troppo tardi se ne avvide delle conseguenze disastrose perché così facendo, non solo rendeva impossibile una lunga durata « a goder del buon mercato presente» ma addirittura ne impediva «una continuazione momentanea». Anche i contadini abbandonavano la campagna e si riversavano in città; la situazione era destinata a precipitare; i tentativi di porvi rimedio non ottenevano alcun risultato efficace. Consumate le scorte, la fame divenne un male disastroso, pericoloso e inevitabile.

In città, chiusi negozi e fabbriche, la disoccupazione imperversa e la miseria si spande a macchia d’olio. Accattoni di mestiere e mendicanti formano una lugubre e grossa schiera, ridotti a litigar l’elemosina, che fanno pena a vedersi.

Il cardinale Federigo in questa circostanza organizza i suoi soccorsi; forma tre coppie di preti che, seguiti da facchini carichi di cibi e di vesti, girano per la città, per ristorare chi è più bisognevole. Ma l’interessamento  caritatevole del cardinale, unito alla generosità dei privati e ai provvedimenti dell’autorità della città, si dimostra inadeguato rispetto alla vastità del male.

Per tutto il giorno nelle strade si ode « un ronzio confuso di voci supplichevoli, la notte, un sussurro di gemiti,» ma non si ode « mai un grido di sommossa ». Eppure, osserva il Manzoni, tra coloro che soffrivano « c’era un buon numero di uomini educati a tutt’altro che a tollerare, » per cui conclude che spesso « ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi».

Se qualcuno era in grado di fare qualche elemosina, la scelta era ardua; all’ avvicinarsi di una mano pietosa, all’intorno era una gara d’infelici, che stendevano la loro mano.

Poiché le strade diventano ogni giorno di più un ammasso di cadaveri, trascorso l’inverno e la primavera, il tribunale di provvisione decide « di radunare tutti gli accattoni, sani ed infermi, in un sol luogo, nel lazzaretto» dove potranno essere aiutati a spese del pubblico. In pochi giorni gli infelici ospitati divengono tremila; ma i più, o per godere l’elemosine della città o per la ripugnanza di star chiusi nel lazzaretto, restano fuori. Per cacciare dunque gli accattoni al lazzaretto, si deve ricorrere alla forza, e così, in pochi giorni, il numero dei ricoverati sale a circa diecimila.

Ma tale iniziativa, sia pur lodevole nelle intenzioni, per l’ammassarsi di tanti infelici in un sol luogo, per l’organizzazione carente e per l’inadeguatezza dei mezzi, è insufficiente. La gente dorme per terra o su paglia putrida; il pane è alterato « con sostanze pesanti e non nutrienti»; manca persino l’acqua potabile; perciò la mortalità cresce a tal punto che si comincia a parlare di pestilenza.

Per porre rimedio a questa grave e pericolosa situazione, si mandano via dal lazzaretto tutti i poveri non ammalati, mentre gli infermi vengono ricoverati nell’ospizio dei poveri di Santa Maria della Stella.

Finalmente, con il nuovo raccolto il popolo ha di che sfamarsi, ma la mortalità, per epidemia o contagio, anche se con minore intensità, si protrae fino all’autunno, quand’ecco, implacabile, un nuovo flagello si abbatte sulla popolazione: la guerra.

Infatti il cardinale Richelieu con il re, alla testa di un esercito, scende in Italia e occupa Casale, tenuto prima da don Gonzalo. Nel frattempo si dispone « a calar nel milanese» anche l’esercito di Ferdinando, nel quale pare che covasse la peste, tanto che si fa divieto a chiunque, quando l’esercito muove all’assalto di Mantova, « di comprar roba di nessuna sorte dai soldati». 

Ma tale divieto non è preso in alcuna considerazione.

L’esercito di Ferdinando, era per lo più composto da bande mercenarie che mettevano a soqquadro tutti i paesi, asportando dalle case tutti gli oggetti di valore.

 

 

 

 

 

 

 

bullet

Capitolo I

bullet

Capitolo II

bullet

Capitolo III

bullet

Capitolo IV

bullet

Capitolo V

bullet

Capitolo VI

bullet

Capitolo VII

bullet

Capitolo VIII

bullet

Capitolo IX

bullet

Capitolo X

bullet

Capitolo XI

bullet

Capitolo XII

bullet

Capitolo XIII

bullet

Capitolo XIV

bullet

Capitolo XV

bullet

Capitolo XVI

bullet

Capitolo XVII

bullet

Capitolo XVIII

bullet

Capitolo XIX

bullet

Capitolo XX

bullet

Capitolo XXI

bullet

Capitolo XXII

bullet

Capitolo XXIII

bullet

Capitolo XXIV

bullet

Capitolo XXV

bullet

Capitolo XXVI

bullet

Capitolo XXVII

bullet

Capitolo XXVIII

bullet

Capitolo XXIX

bullet

Capitolo XXX

bullet

Capitolo XXXI

bullet

Capitolo XXXII

bullet

Capitolo XXXIII

bullet

Capitolo XXXIV

bullet

Capitolo XXXV

bullet

Capitolo XXXVI

bullet

Capitolo XXXVII

bullet

Capitolo XXXVIII

Se volete contattarci cliccate qui

(Se qualcosa fosse protetta da copyright segnalatecelo e noi provvederemo ad eliminarlo)