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Riassunto capitolo trentacinquesimo

I Promessi Sposi

 

 

 

Renzo s’inoltra nel lazzaretto, fitto di una fiumana ondeggiante di languenti o di cumuli di cadaveri, ed è molto commosso e sbigottito a quella vista. Cammina senza meta, di qua e di là, nella speranza di trovare viva la sua povera Lucia.

Vi è un’afa insopportabile; non un alito di vento, ma aria pesante, resa ancora più opprimente da una densa nebbia. La gente soffre, e i malati peggiorano precipitosamente, e la loro ultima lotta è più penosa.

Renzo aveva girato un bel poco in cerca di Lucia, quando vede qualcosa che gl’infonde tanta tenerezza e commozione. In un piccolo campo appartato, giacenti su materassini, lenzuola, od altro, vi sono bambinelli allattati da balie e da capre, che stanno dritte e ferme, per dare la poppa a questo o a quel bambinello. Renzo più volte si stacca da quella visione, e più volte vi ritorna, per guardare quelle creature con tutta la dolcezza che meritano.

Allontanatosi definitivamente, un’apparizione repentina gli ferisce lo sguardo e lo sconvolge: è padre Cristoforo! Questi era rimasto sempre a Rimini; chiese ed ottenne di essere trasferito a Milano, quando scoppiò la peste, felice « di dar la sua vita per il prossimo ».

Renzo è felice di quell’incontro, ma non del tutto, perché padre Cristoforo ha « il portamento curvo e stentato; il viso scarno e morto; ...una natura esausta » si aiuta e si sorregge « con uno sforzo dell’animo».

L’incontro fra i due è molto affettuoso. Renzo racconta con tutta lealtà le sue peripezie; afferma con calore che mai ha fatto nulla di male; che si è comportato sempre da cristiano. Padre Cristoforo crede nella sua innocenza; ma di Lucia non sa dirgli nulla; però indica il modo come rintracciarla, se ancora è viva; indica, cioè, malgrado sia vietato, la zona assegnata alle donne. Gli raccomanda di cercarla con fiducia e insieme con rassegnazione, perché al lazzaretto il popolo si rinnova sempre. Che vada perciò, «preparato a fare un sacrificio... ».

Anche Renzo è combattuto dal dubbio se Lucia è viva o morta; ma il suo animo è avvelenato dall’odio; dal desiderio di vendetta. Perciò, con leggerezza, dice al frate che se non trova Lucia, troverà quel furfante a Milano, nel suo palazzo, « o anche a casa del diavolo», e farà giustizia.

A queste parole di odio e di violenza, al frate ritorna l’antico vigore e l’aspetto solenne d’un tempo! dagli occhi si sprigionano fiammate e « un non so che di terribile». Prende per un braccio Renzo, lo invita a guardare tutt’intorno, a vedere Chi giudica senza essere giudicato; Chi flagella e perdona; e poi, deluso del manifesto comportamento di Renzo, lo allontana, dicendo di non aver più tempo per dargli retta, e si avvia verso una capanna d’infermi.

Ma Renzo lo insegue e lo raggiunge; si pente e si addolora sinceramente per quelle parole di odio e di vendetta. Padre Cristoforo, diventa più mansueto; Io ascolta, e poi gli parla d’aver visto tante persone offese che perdonavano; di persone che avevano recato offese e che soffrivano perché non potevano umiliarsi al cospetto dell’offeso. Con parole sublimi fa capire a Renzo che perdonare è un dovere, una necessità.

Le parole  solenni del frate hanno scosso e commosso il giovane, che si rende conto d’aver « parlato da bestia e non da cristiano; » ed ora, illuminato dalla grazia del Signore, è pronto a perdonare don Rodrigo.

Padre Cristoforo conduce, quindi, Renzo davanti a don Rodrigo, ricoverato da quattro giorni al lazzaretto in fin di vita, e dice che forse la salvezza di quest’uomo, che gli ha recato tanto male, dipende da lui, da un suo sentimento di perdono, di compassione e d’amore. Rivolto quest’invito, il frate prega per don Rodrigo e lo stesso fa Renzo.

Dopo un poco che sono assorti nella preghiera, al suono di una campana si muovono e nel separarsi, padre Cristoforo raccomanda a Renzo di andare a cercare Lucia « preparato, sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrificio.

 

 

 

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