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Riassunto capitolo trentunesimo

I Promessi Sposi

 

 

 

Questo è un capitolo in cui l’autore non solo descrive la strage fatta dalla peste, portata con la calata delle truppe alemanne, ma mette anche in evidenza l’incuria e l’incapacità delle autorità per porvi rimedio. Egli indagherà con diligenza e con correttezza morale, pur disponendo di documenti spesso contraddittori, per tracciare un quadro, succinto, ma chiaro, della peste che vuotò sinistramente città e villaggi per lungo tempo.

Malgrado il medico Lodovico Settala, certo dell’esistenza della peste, ne avesse informato il tribunale della sanità, non è preso al riguardo alcun provvedimento; anzi si dice che quel male non è peste, ma « effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi» o effetto dei disagi e degli strapazzi, dovuti al passaggio delle bande nemiche. Anche quando il male si estende e aumenta di intensità, e il numero delle mortalità è spaventevole, e i segni della peste sono inconfondibili, l’autorità è lenta ad interessarsi.

Il nuovo governatore, Ambrogio Spinola, sostituto di don Gonzalo, insensibile e indolente alle sofferenze della gente, non indugia a confessare che è più preoccupato della guerra che della peste; anzi, per onorare la nascita del principe Carlo, primogenito di Filippo IV, malgrado il male imperversi, organizza pubbliche feste.

Sebbene la peste ormai serpeggi pericolosamente, ciò che desta meraviglia, oltre all’incuria delle autorità, è che quella parte di popolazione non ancora contagiata, non vuol sentire parlare di peste, non intende prendere alcuna precauzione, per restarne immune; se qualcuno ne fa cenno, è accolto « con beffe incredule, con disprezzo iracondo».

Quando le malattie divengono più frequenti e le morti altrettanto numerose « con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni» ed altri segni ancora, che non lasciano dubbi sulla natura del male, quei medici che avevano sconfessato la peste, dovendo dare un nome al male tanto funesta ed implacabile, dicono che si tratti « di febbri maligne, di febbri pestilenti» un gioco di parole, « anzi trufferia di parole » con cui, pur riconoscendo l’esistenza del male, si cerca di non farla credere agli altri.

Quantunque la popolazione fosse decimata dal morbo, ogni giorno nel lazzaretto aumenta a tal punto che le autorità preposte non riescono a governare ordinatamente, e a porre rimedio alla « sfrenatezza di alcuni rinchiusi;» perciò si affida il governo del lazzaretto ai cappuccini, guidati da padre Felice Casati.

Costui, uomo dall’animo mansueto e vigoroso nello stesso tempo, coadiuvato da padre Pozzolonelli e da altri cappuccini, con spirito di sacrificio ed eroismo si prodiga per alleviare le pene degli infelici. Egli di giorno e di notte gira in lungo e in largo per il lazzaretto che rigurgita di ammalati, regala tutto ciò che è in suo possesso, placa i tumulti, minaccia e punisce.

Tutti i religiosi, e padre Felice in testa, durante il loro governo al lazzaretto, durato sette mesi, e dove si calcola siano stati ricoverati circa cinquantamila persone, accorrono ovunque per lenire le sofferenze e i mali altrui, noncuranti dei propri; opera quanto mai meritevole, perché esplicata senza nulla pretendere, solo per carità cristiana.

Ora che il male è evidente, che è impossibile non ammetterlo, coloro i quali l’avevano negato per così lungo tempo, parlano di « arti vene fiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malìe ». Ad inculcare bene quest’idea nella mente della popolazione, lo stesso re di Spagna, onde mettere in cattiva luce la Francia, sospetta di mire espansionistiche in territorio italiano, informa il governatore di Milano che « quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi, pestiferi » erano scappati da Madrid, che quindi il governo stia in guardia che non capitino a Milano.

E come se ciò non bastasse, come a volere accrescere la confusione, o a seminare il terrore tra la popolazione, o per cattivo gusto, o per qualche altro scopo recondito, si vedono « le porte delle case e le muraglie per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra».

Questa trovata, di facile presa sul popolo, che serve a scagionare in certo qual modo le autorità locali, provoca una situazione spaventosa in mezzo all’infuriare di tanto male. Fra le tante supposizioni che si fanno, incomincia a prendere consistenza quella secondo cui la peste è stata causata da « quella unzione velenosa. » Bisogna quindi scovare gli untori!

 

 

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